Mario Riso presenta ‘Passaporto’, il suo primo album solista. L’intervista

Mario Riso presenta ‘Passaporto’, il suo primo album solista. L’intervista

Di Rossella Romano

Un compleanno importante accompagnato da un nuovo, ed altrettanto importante, tassello nella propria carriera artistica. Mario Riso, guru italiano della batteria, ha compiuto cinquant’anni e ha pubblicato il suo primo lavoro solista: “Passaporto”, disponibile dal 20 ottobre in tutti gli store.
Trent’anni dedicati alla musica, numerosissime collaborazioni alle spalle e un progetto, nel quale Mario ha riversato energie e cuore: Rezophonic. Ambasciatore e socio onorario di AMREF, l’artista, dal 2006, si prodiga per raccogliere fondi per realizzare pozzi d’acqua in Kenya, coinvolgendo nomi altrettanto noti della scena musicale. “So cosa vuol dire avere sete, l’ho provato sulla mia pelle. L’acqua è un bene preziosissimo e non averla a disposizione è una delle peggiori mancanze che l’uomo possa soffrire”, mi racconta Mario.
Siamo al Legend Club, il giorno dopo la grande festa per celebrare le cinquanta gloriose primavere del batterista e per ascoltare in anteprima qualche brano tratto da “Passaporto”. Tanti gli amici coinvolti nelle canzoni: Danti, Rise, Cristina Scabbia, Tullio De Piscopo, Giuliano Sangiorgi, Movida e Rezophonic. Ma c’è di più: questo disco vede un vero e proprio debutto di Riso davanti a un microfono.
Ecco cosa mi ha raccontato Mario Riso nella nostra chiacchierata. Buona lettura!

Ciao Mario, parto subito col chiederti come mai il tuo primo disco solista arriva proprio ora, a cinquant’anni?

Avevo deciso di realizzare un disco solista nel 2006 ma poi ho affrontato per la prima volta un viaggio che mi ha cambiato la vita, nel quale ho conosciuto due cose: la sete e il mondo di AMREF. Quest’esperienza pazzesca mi ha messo nella condizione di cambiare destinazione a quello che doveva essere il mio album, trasformandolo in un progetto umanitario: Rezophonic. Sono partito da quello per realizzare qualcosa che reputavo, e reputo, più importante di un mio disco solista. Successivamente, sono arrivati altri capitoli del progetto, sono passati undici anni. Ho dunque approfittato della ricorrenza dei cinquant’anni , 1967-2017, per impormi di pubblicare il mio lavoro, che era già lì da un po’ di tempo e che era pronto per vedere la luce. Era giunto il momento, una gioia pazzesca per me. Non ho pensato ad un’identità artistica per questo lavoro, non ho pensato a quale potesse essere il mio pubblico, ma semplicemente mi sono limitato a pubblicare il mio reale ‘Passaporto’. Il passaporto è un documento che raccoglie le tue credenziali, ci sono impressi i timbri dei luoghi in cui sei stato. Non si tratta di un passaporto normale ma temporale: nei timbri compaiono le date in cui ho composto, ideato e realizzato le canzoni. Sono diciotto tracce, partono dal 1983. La prima canzone, in ordine temporale, si intitola ‘Maid Runner’ ed è il nome della band di cui facevo parte in quegli anni sognando di fare il metallaro in giro per il mondo. Avevo già preso in mano la chitarra, oltre la batteria, e avevo scritto questo brano senza però registrarlo, fino a che non è arrivato il momento, con questo disco solista. Dalla mia prima canzone e la mia prima band fino all’ultimo pezzo che ho composto: ‘Un temporale’. In questo brano mi sono divertito a cantare e l’ho fatto semplicemente perché nel mio passaporto c’è anche quello. Ho sempre scritto canzoni e cantato nella mia cameretta per poi donarle o farle cantare ad altri. Per la prima volta ho provato a mettermi in gioco, ed è stato molto emozionante.

Ti volevo proprio chiedere di questa tua prova canora. Com’è stato l’impatto davanti al microfono?

Terribile! Suonare la batteria ti mette sempre nella condizione di avere uno schermo di fronte a te, anche se ho l’attitudine a guardare in faccia le persone che vengono agli spettacoli. Scrivere e poi cantare un brano è qualcosa di ancora più intimo e delicato, è come spogliarsi davanti alle persone. La prima volta che ti spogli non ti senti sicuramente a tuo agio, la sensazione è quella. Durante la festa, sono salito sul palco con Danti, un autore pazzesco. Ha voluto mettersi in gioco con me, un neo cantante di cinquant’anni. Qualcosa di magico.

Un passaporto variegato, musicalmente parlando. Tante collaborazioni provenienti da ambiti diversi. Come mai questa scelta?
Più che una scelta, mi ci sono ritrovato. Avendo suonato su oltre 150 dischi italiani, realizzato migliaia di concerti in giro per il mondo con artisti provenienti da generi totalmente diversi tra di loro, il mio percorso è stato inevitabilmente contaminato da tutto questo. A partire da quando sono nato. Mio papà è di origini argentine e io sono cresciuto con la musica latinoamericana. A casa mia si mangiava la pizza e il dulce de patata, le empanadas e la lasagna. La contaminazione ha sempre fatto parte della mia vita ed è sicuramente stata un mio grande punto di forza nella mia carriera artistica.
In questo lavoro si parte dal metal, per poi passare alla musica strumentale tecnica, al latinoamericano, al rap/hip hop, al rock fino al pop. Questo sono io, è il mio cammino.

In tanti anni di musica c’è qualcosa di cui ti sei pentito e qualcosa che avresti voluto realizzare ma non c’è stato modo?

Ci sono tante cose che non ho ancora fatto e vorrei realizzare. Una di queste è in cantiere.
Musicalmente tutto ciò che ho fatto è stato giusto, lo rifarei altre mille volte.
La musica è una forma d’espressione. A volte coincide con la possibilità di pagare le bollette e di viverci, altre volte rimane solo quello.
Tutto ciò che ho fatto mi ha dato gioia e non voglio rinunciare a nulla di ciò che ho realizzato, più che altro vorrei imparare cose nuove per farle diventare mie. Ho un grande rapporto con il tempo, è un mio compagno di vita. Ci convivo da cinquant’anni a questa parte, provando a migliorarmi, a crescere. Sono orgoglioso e fiero di tutto ciò che ho fatto

So che le canzoni sono tutte figli speciali, ma c’è un brano di questo disco a cui ti senti più legato?

In realtà no, ma c’è una chiave di lettura per cui alcune canzoni le vivo con più pudore. Parlo sempre di ‘Un temporale‘, nel quale mi cimento a cantare. Non sono un cantante e ho molto rispetto per chi canta. In questo brano utilizzo la voce come strumento, e non mi era mai successo.
Sono legato molto alla canzone ‘Ay que le pasa al mayoral’ perché per la prima volta porto fuori un suono che nessuno conosce di me.
C’è anche un brano legato ad un mio momento privato, scritto quando stavo attraversando una situazione sentimentale complessa. Sono molto riservato e, devo ammettere, che parlare di me pensando che gli altri possano capire che quelle parole mi riguardavano, mi crea un po’ di imbarazzo

Tante collaborazioni nel corso di questi 30 anni di carriera. C’è qualche artista che sogni di coinvolgere in qualche tuo progetto?

C’è un artista che adoro da sempre: Jovanotti. Con lui ho collaborato per i suoi dischi, con Rezophonic per la creazione di una t-shirt in occasione del tour di ‘Safari’ e grazie alle vendite abbiamo costruito due pozzi d’acqua. In prima persona con lui, però, non ho ancora avuto modo di lavorare. Intendo come Mario Riso o Rezophonic in ambito musicale. Lo ammiro molto umanamente. Ha, tra l’altro. realizzato un percorso simile al mio ‘Passaporto’: da ‘La mia moto’ fino a ‘L’ombelico del mondo’ passando per sonorità etniche. Lo sento molto affine a me.
A livello internazionale, direi Sting. I Police sono dei miei grandi miti. E se dovessi sognare in grandissimo direi una collaborazione con i Led Zeppelin, ma la vedo impossibile!

Per quanto riguarda il progetto Rezophonic, cosa bolle in pentola?

E’ già pronto Rezophonic 4, sto trovando l’accordo discografico per pubblicarlo. Ci sarà una bella sorpresa legata a questo album, ma non posso svelare di più. Una bomba, fidatevi.
Tutto ciò che faccio è perché ne sento l’urgenza e un bicchiere d’acqua vale più dei soldi, dei diamanti, di tutto. Nessuno lo immagina, cosa vuol dire avere sete, io l’ho provato sula mia pelle.
Rezophonic è questo, dare un senso al perché siamo venuti al mondo. Per me significa lasciare un segno.

Porterai in giro il tuo “Passaporto” con delle date dal vivo?

Si, certo e non vedo l’ora di suonarlo dal vivo. Suonare con me significa mettersi alla prova, perché ti devi mettere al passo con decine di generi diversi. Sarà una bella sfida per i musicisti che mi accompagneranno.

Per chiudere. Un passaporto verso il futuro. Cosa c’è nel futuro di Mario Riso?

Sicuramente cose ancora più belle di quelle che ho fatto. Sono alla ricerca solo di quelle. Quando le persone mi chiedono: ‘Come fai a fare tutto?’, rispondo semplicemente che nella vita si può distruggere o costruire. Chi perde il tempo a distruggere, rinuncia a costruire Io ho ben presente nella mia testa che cosa è giusto fare e non passa giorno in cui non mi impegni a costruire qualcosa di nuovo. Vedo un futuro bellissimo, pieno di molte cose ancora da realizzare.



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