Max Pezzali, l’intervista:’Le canzoni devono rimanere attaccate alle persone, non ai momenti’

Max Pezzali, l’intervista:’Le canzoni devono rimanere attaccate alle persone, non ai momenti’

Di Rossella Romano

Venticinque anni in musica e non sentirli affatto. Max Pezzali è la colonna sonora di tante generazioni che lo hanno scoperto di recente, con i suoi lavori da solista, ma soprattutto di chi, come la sottoscritta, ha consumato (in maniera letterale) le cassette degli 883. Per festeggiare questa tappa, importantissima, della sua carriera, Max pubblicherà il 17 novembreLe canzoni alla radio”, raccolta di successi con sette inediti, tra i quali spicca “Duri da battere”. Il pezzo è realizzato in collaborazione con Nek e Francesco Renga, con i quali il cantante condividerà il palco per un tour speciale a partire dal 20 gennaio. La provincia e tutto ciò che vi ruota attorno, la disillusione, il rancore, ma anche l’amore vissuto a mille, la maturità dei rapporti, le perdite, le sconfitte e le conquiste, c’è davvero tutto nei brani di Max. Canzoni che rimangono nel tempo, che sopravvivono allo scorrere degli anni, arrivando dritte e forti fino ad oggi. Ho avuto il piacere di chiacchierare su questo e di molto altro con Max Pezzali.
Buona lettura!

Partiamo subito col parlare dei tuoi brani. Dopo venticinque anni sono ancora vivi come quando li hai pubblicati. Come ci si sente?

E’ sicuramente la cosa più gratificante che possa esistere. Scopo di chi fa canzoni è riuscire ad arrivare alle persone, intercettarne i gusti e tradurre le proprie emozioni in modo che siano comprensibili dagli altri. Quando ci riesci è un grandissimo risultato. Nello stesso tempo, sento anche un forte senso di responsabilità: devi cercare di non deludere le aspettative di chi ti segue ed essere sempre più onesto possibile. Credo che sia questa la chiave. Si deve guardare al futuro tenendo conto del proprio passato, traendone insegnamento. Credo di avere ottenuto tutto ciò che mi è arrivato proprio così. Questo è quello che voglio continuare a fare perché, per me, non esiste altro modo di lavorare. Non riesco a scrivere canzoni a comando.

Questo album è un progetto che esce dai canoni della discografia “tradizionale”. Ci sono degli inediti, tra cui un brano realizzato con Nek e Renga (trio di cui sei parte per un tour dal vivo) e c’è una parte di greatest hits…

Si, è un attimo complicato (ride). Si potrebbe sintetizzare così: si tratta di un album in cui ci sono sette/otto inediti (uno è un pezzo sottovalutato quando è uscito, Tutto ciò che ho, qui completamente rifatto), nel quale subentra una “combo” che prevede una raccolta. Ricorre il venticinquesimo anno della mia carriera, se non avessi realizzato un greatest hits, me lo avrebbero chiesto comunque. Perciò, a degli inediti abbiamo legato una raccolta di brani del passato.
Per realizzare il brano “Duri da battere”, che non mi convinceva fino in fondo, ho risolto il problema di scrittura con le voci di Nek e Renga. Tre tonalità diverse hanno dato la giusta svolta al brano. Era anche un’opportunità per noi per realizzare qualcosa di nuovo e di diverso, oltre al tour che intraprenderemo. Una delle cose più stimolanti che poteva succedermi.

Nel 1995 hai dedicato un pezzo alla radio, “La radio a mille watt”, come è cambiato il tuo rapporto con questo media?

Come tutti gli utenti, anch’io ho cambiato il modo di fruire la musica. Utilizzo moltissimo le piattaforme di streaming, tra cui Spotify ed Apple Music. E’ tutto diverso: hai a disposizione tutto ciò che ti può interessare a portata di dito. Il ruolo della radio è cambiato. Era il mio principale veicolo di intrattenimento musicale, la vetrina in cui apparivano i brani che poi andavo a comprarmi in versione disco. La radio mi ha avvicinato al pop, dal post punk, ho scoperto un mondo che poteva interessarmi. Per me, mantiene ancora il fascino della selezione e della proposta fatta da altri, non scelta da me. Soprattutto quando passa una mia canzone, ho ancora un brivido.

Oltre alla radio è cambiato anche il modo di fare musica. Che ruolo ha oggi per te il cantante?

Credo sia difficile parlare del ruolo del cantante, oggi. Bisogna fare i conti con un mercato che cambia velocemente, un pubblico che cambia velocemente, deve per cui essere un comunicatore a 360 gradi. Occuparsi di cose che in passato vedevano l’intervento di altre figure: deve essere in grado di gestire i propri media, social o meno, deve tenere d’occhio tutto ciò che succede, deve essere più imprenditore di se stesso. Cosa che magari quelli della mia generazione non sono abituati a fare. Il pubblico si aspetta una presenza costante dell’artista, consuma velocemente i contenuti e altrettanto velocemente perde interesse. E’ una sorta di rincorsa tra artista e pubblico. Non è sempre facile proporre materiale di qualità in grande quantità. Il pubblico è molto più vorace e compulsivo di un tempo. E’ cambiato il modo di consumare, ma il modo di proporre le emozioni rimane il medesimo.

A fronte di questo discorso, cosa ci resterà della musica di oggi?

La chiave che dovrebbero trovare i ragazzi che fanno musica oggi, a parer mio, è scovare quegli elementi che possano far superare la coltre di attualità della canzone. E’ proprio questa la difficoltà di un brano, trascendere il periodo a cui appartiene. Quello che fa rimanere una canzone è la capacità di evocare emozioni anche a distanza di tempo. Se riesci in questo, probabilmente ce la fai. I pezzi devono Rimanere attaccati alle persone e non al momento.

Che effetto ti fa cantare oggi canzoni che hai scritto 25 anni fa?

Mi diverto ancora molto. Di ogni canzone ricordo l’emozione che l’ha generata. Anzi, se sono brani che ho cantato più volte negli anni, ricordo l’evoluzione di quella emozione. Non canto più quella cosa come quando mi è successa, ma canto l’emozione che mi suscita quel ricordo. Non mi sento fuori luogo o fuori tempo nel cantare quei pezzi.

Questo disco può essere considerato un nuovo inizio, un terzo tempo, per te, dopo l’esperienza con gli 883 e la tua carriera solista?

Direi proprio di si, ci sono delle fasi nella vita, oltre al settore lavorativo. C’è la fase dell’entusiasmo incosciente, quello dell’inizio, un’attitudine. A seguire, la fase in cui ti sei consolidato, e cerchi di migliorare. Poi arriva il momento in cui non senti più il peso di dover essere sempre “up to date”. Puoi pensare a divertirti facendo ciò che ti piace, e a divertire gli altri. Ho capito che superata una certa età, te la godi di più.

Pensando ai tuoi 25 anni di carriera, hai un’immagine che ti viene in mente?

Ce ne sarebbero tante. Non è una sola. Ogni volta in cui si saale sul palco e comincio a cantare la prima canzone. Una botta emotiva che ancora oggi non riesco a gestire. La vertigine di prendere confidenza con il contesto in cui mi trovo: è una di quelle cose che rendono questo lavoro straordinario.

In questo lavoro sembra che tu abbia fatto pace col tempo…

Penso di essermi portato avanti con la malinconia e il rimpianto. Scrivevo canzoni di rimpianto a 25 anni. Era uno stato d’animo. La malinconia per il tempo che non torna più è una caratteristica che non mi porta ad essere pessimista, si risolve sempre in energia per il futuro. Quando cresci, sostituisci il rimpianto con la meraviglia di vivere nel momento

Sotto al titolo, sulla copertina compare oltre a Max Pezzali, il gruppo di cui hai fatto parte: gli 883. Che rapporto hai oggi con Mauro Repetto?

Senza Mauro, tutto quello che avrei fatto non sarebbe stato possibile. E’ una persona alla quale sarò sempre grato per quel tipo di insano e cieco entusiasmo, senza il quale non mi sarebbe mai venuto in mente di portare una cassetta a Claudio Cecchetto. Mi ha permesso di superare molte mie ansie. Non mi sento di escludere nulla, se avremmo la possibilità di rivederci, potrebbe capitare di tutto.
Cosa ti piacerebbe per il tuo futuro?

Onestamente, mi sono abituato a sognare giorno per giorno. Cambia tutto così rapidamente. Musicalmente, sarebbe bello di fare un album dichiaratamente triste e, a seguire, uno dichiaratamente felice. Non dover gestire un equilibrio di emozioni.



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