Punk

Punk

Di: Francesco Pelosi

C’era poi il Punk, la luce del mondo. Punk erano Leo Ferrè (il bidello della scuola primaria), Gaetano Bresci (il sindacalista), William Blake (il grafico pubblicitario), Giorgio (il barista) e la solitudine.

William Burroughs era invece un anziano e come tale dettava legge nelle coscienze atemporali del Punk e del Post-Punk. Le implorava di succo e cosmico vagare, cercava questo per loro. Amplessi spregiudicati e casti, laici, devoti o improvvisati ma amplessi. Amplificazione dei sessi. Stasi delle bave purulente. Massa dei crudeli in porto a implorar la gogna. Odore di piscio e cateratte. Bocchini a occhi chiusi. Implorava due lune, due lune ai piedi della montagna, due lune nelle orbite gialle. Via lattea e dipinti reali. Reali dipinti dei tuoi seni immortali –urlava-, delle tue cosce veggenti, labbra infinite, ringhianti, grondanti occasioni, del tuo stesso sesso, unico universo, spettrale confronto con la morte, impossibile sogno e arcobaleno terrorista, antigovernativo, solo organo dello stato: solo tu ed io, dama delle stelle, uomo del crepuscolo, solo noi.

Questa, a grandi linee, era la preghiera perenne e inconscia del Merda, il nostro eroe, mutuata da William Burroughs a sua insaputa e senza approvazione. Quel che un tempo gli veniva naturale dal mondo ora era solo speranza, solo ossessione. Ma sarebbe arrivato, perché il regno dei Punk lo proteggeva. E se non fossero arrivate quelle monadi di vite veramente vissute al di là delle brave resistenze sarebbe arrivata la mannaia, Madame La Ghigliottina. Quella dell’illuminismo. Quella dell’addio al Punk. Dove il romanticismo era questione di disprezzo nel mondo dei razionalisti e degli intellettuali e i Potei Russi, con quel loro plateale e osceno morire, cosa per sempliciotti, materia d’infedeli dunque, ceduti, indecenti, morti (questo sì, almeno: morti).

I Poeti Russi, anche loro erano Punk, luce del mondo. Dicevano la verità su loro stessi e di questo vivevano o morivano. Del loro soffrire. Della neve sopra i cuori. Dell’alcolismo molesto, del mito del ribelle incauto, delle vite degli altri controllate e mai vissute. Dicevano la verità con kilometri di vodka e ghiaccio nelle vene, poesie lunghe come i loro intestini, amori eterni come la notte. Senza paura. Senza via di scampo. Antipodici illuminati, viaggiavano le lettere orientali aggrappati al muro dell’occidente, scrivendo frasi oscene su quei mattoni statali. Punk insomma. Punk come l’Indio, l’ultimo amico del Merda.

L’Indio era vivo e aveva vissuto. Dipendente dalle sostanze e dalle sensazioni forti avrebbe però sempre preferito un corpo alla sua immagine. Sempre avrebbe barattato denaro per un Campari e Gin ma mai la libertà. Mai il cuore che lo muoveva, mai la musica, mai la carne. Sempre scompariva di lucente inaffidabilità e sempre abbracciava di presenza certa le foglie dei pochi amici. Le foglie della vita. L’Indio era un Punk, uno degli ultimi gentiluomini di fortuna. Un essere di quei pochi che sapeva l’antico e viveva il presente senza mai uccidere l’alba, senza mai maledire al di là dell’idiozia umana, senza mai esser fedele a metà.

In un certo senso era stato l’Indio a mostrare la via del Punk al Merda e lui, il Merda, gli voleva un bene enorme, di quella fortuita esclusiva che era la loro amicizia. Per il Merda l’Indio era una fratello, era un Punk, era luce del mondo. Era, a dirla tutta, l’unico essere che gli faceva ben sperare nell’umanità, perché se ce n’erano come lui (se ce n’era almeno uno), ce ne sarebbero potuti essere altri laggiù da qualche parte: a Varanasi, a Cusco, a Creta, a Belgrado, persino a Vignale di Traversetolo, dopo la curva, prima della farmacia, in un punto di sincronia temporale che faceva scomparire le incomprensioni e creava infiniti universi nello spazio di un millimetro con due soli abitanti perdutamente innamorati.

Ma al momento il Merda era lì. Soltanto li. Coinvolto e claudicante. Appassito e appassionato. Povero fiore. Un’oscura tragedia lo guidava. Una fottuta genia lo irretiva. Nulla di più spazioso del colore delle nuvole era il suo dominio. Destinato a grandi desideri, solamente li subiva senza realmente amarli.

Rimase così bloccato su quella visione, incastrato in quel dubbio e in balia dell’ultima grappa, in quella multipla risposta dei giorni, compatito dai vecchi amici esperti, ricordato dall’ultima amante e indifferente a tutto il resto del vissuto che bramava. Una poesia allora gli giunse alla mente. Non ricordava le parole ma sentiva la musica delle sillabe, concitata come una primavera, scandire perfettamente il suo Sé.

Per un secondo si accontentò. Fosse stato un Lama Tibetano quel secondo si sarebbe mutato nella sua vita. Fosse stato un lama avrebbe vissuto in Perù masticando erba e sputando ai turisti.

Una vita Punk insomma.

Bio

Francesco Pelosi, cantante e autore, nato a Parma l’1 Novembre 1984.

Frontman dei Merovingi, gruppo Indie Rock Post-Antico (finalisti a Rock Targato Italia 2016), è interprete di canzoni proprie e di brani del repertorio popolare. Scrive e rappresenta opere teatrali e musicali per l’infanzia e performance di canzone e poesia. Nel 2017 vince il Premio Giovanna Daffini dedicato ai nuovi cantastorie. A settembre 2017 viene selezionato per partecipare al più importante festival di musica emergente italiano: _resetfestival, tenutosi il 6 e il 7 ottobre 2017 a Torino.

È uscito il suo primo disco, Il rito della città, con la produzione artistica di Rocco Marchi (L’Orchestrina di Molto Agevole, hobocombo, Alessio Lega, Mariposa).

Nel 2009 con il cantautore Rocco Rosignoli, con cui collabora tutt’oggi, fonda Il canzoniere delle stagioni, progetto musicale e didattico volto alla riscoperta della musica popolare italiana che culminerà nel 2011 con l’incisione di un disco omonimo. Nel 2012-2013 scrive il libretto per Alice cantata, opera musicale per bambini ideata e scritta da Ailem Carvajal (rappresentata a Parma, Miami e La Havana) ed è cantante del gruppo Emily Collettivo Musicale per i quali scrive e canta il disco I cantari della guerra silenziosa ispirato alle opere del peruviano Manuel Scorza.

Collabora stabilmente con il cantautore Davide Giromini, con l’attore e poeta Andrea Peracchi (Terra di Naufragi – concerto in poesia), con il violinista Andrea Marras (Anime Fiammeggianti – Tributo apocrifo alle canzoni dei C.S.I.) e con l’attrice, clown e acrobata circense, Martina Vissani (gli spettacoli per bambini liberamente ispirati ai libri Una zuppa di sasso di Anaïs Vaugelade e Federico di Leo Lionni).

È autore ed esecutore di lezioni-concerto dedicate a Franco Battiato, Enzo Jannacci, Giorgio Gaber e Giovanni Lindo Ferretti.

Scrive come collaboratore sul sito LoSpazioBianco dedicato alla critica fumettistica. Nell’aprile 2017, sul numero 261 di Fumo di China, storica rivista dedicata alla letteratura disegnata, viene pubblicato un suo saggio breve su Hugo Pratt. Sempre riguardo alla sua passione per i fumetti, per la prima volta Francesco è riuscito ad unirla alla musica: di nuovo su Lo Spazio Bianco, a fine settembre è uscito un brano inedito dedicato a Rat-Man.

*I NOSTRI SANTI

*I nostri santi: Giovanna Daffini, Violeta Parra, Ivan Della Mea, Christa Pӓffgen, Leonard Cohen, William S. Burroughs, Guy Debord, Henry David Thoreau, Álvaro Mutis, Federico García Lorca, Ezra Pound, Antonin Artaud, Brendan Behan, Hugo Pratt, Roberto Raviola, Efstràtios Dimitrìu, Enzo Jannacci, Gherardo Segalello, Gaetano Bresci. E Raoul Vaneigem, Alan Moore, Robert Zimmerman, Fritjof Capra.

ALTRE INFORMAZIONI

Sito ufficiale: www.francescopelosimusica.it

Facebook: https://www.facebook.com/FrancescoPelosiMusica/

 


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