Io speriamo che ve la cavate

Io speriamo che ve la cavate

di Gabriele Tura, voce degli Endrigo

Nella vita suono, ma siccome non mi risulta di essere famoso nella vita faccio altro.
Altro nello specifico è insegnare italiano agli stranieri. Stranieri nello specifico sono i richiedenti asilo, o per brevità immigrati. Sì, insomma, quelli che smontano dai barconi.
Appena arrivati la prima cosa che vedono è uno sbirro che gli urla qualcosa, poi ancora qualche addetto imprecisato che urla e poi dopo un bel po’ di km fatti nella più totale inconsapevolezza vedono me.
Che culo. Amo il mio lavoro, certi giorni addirittura credo che potendo non farlo lo farei lo stesso. Altri giorni no. Ok, la maggior parte no, ma sinceramente facendo una statistica a campione mi sembra già un buon risultato. Spesso mi chiedo se potendo (per il momento non posso) andrei ad insegnare a degli anonimi ragazzini del liceo. Gente che nel peggiore dei casi ha un po’ di delirio in casa, si fa un paio di canne in più del sacrosanto, ha un po’ di soldi di troppo da spendere il sabato sera. Sì, insomma, gente che non si è vista ammazzare la mamma, che non è diventato l’animale domestico di una famiglia di mercanti libici, e probabilmente che non è stato sodomizzato in una galera dove condivideva l’aria con altre centinaia di anime travestite da bestie e lasciate a consumarsi.
Cose così.
Sì, ogni tanto potrebbe essere bello non rischiare di spaccarsi il naso per separare due ventenni alti due metri che si vogliono uccidere per nessun motivo. Nessuno a parte qualche fastidioso ricordo di cui si parlava poco fa. Qualche giorno forse sarebbe rilassante non sentirsi vomitare addosso, subito dopo il buongiorno, una sequela interminabile di problemi tra documenti, medicine e ovviamente l’intramontabile ed ineguagliabile lavoro. Già, che mito il lavoro. Madonna, quanto cazzo non avrei mai voluto lavorare al liceo. L’idea di condividere lo spazio quotidiano con una ventina di mini-me, svogliati e furbetti, alle volte mi solletica.
E penso subito che ho appena scritto un disco sulla depressione, e l’ho cercata in tutti i miei giorni, tornando indietro fino a un’epoca remota in cui a scuola mi inseguivano quasi ogni mattina perché osavo portare delle, effettivamente discutibili, scarpette gialle.
Cose così.
Ma.
No, anzi, non c’è nessun ma. L’idea di poco fa mi ha appena solleticato, giusto adesso, e lo rifarà infinite volte, ricordandomi che non sono un santo e quello che faccio lo faccio per una sequenza imprecisata di situazioni che mi hanno portato a farlo. Va bene così, credo.
Insegnare può essere un atto molto arrogante, specie se per gli alunni si è il primo tramite per una cultura totalmente diversa. Potrei alzarmi una mattina e raccontargli che Jovanotti è stato il più tremendo dittatore della recente Storia del nostro Paese, al fianco del suo fedelissimo Roberto Ceriotti, sì quello di Bim Bum Bam. O ancora, che i Cap’n’ Jazz hanno riempito San Siro per venti sere consecutive. Difficilmente si prenderebbero la briga di controllare.
La verità, per fortuna, sta nel mezzo. Dove tra il mio delirio di onnipotenza annebbiato dal torpore delle otto del mattino e l’abisso che si trascinano ogni giorno ci sono interminabili ore in classe dove facciamo delle prove generali di normalità. La loro nuova normalità. Una normalità in cui prima di fargli sapere l’importanza culturale dei Dinosaur Jr nella cultura pre-novantiana del rock bisogna affrontare il non meno delicato tema di come si conta in italiano fino a dieci, o i nomi dei colori e delle cose belle e brutte. Una normalità in cui devo spiegargli che togliersi le scarpe e appoggiarle sul banco qui non è normale, come non è normale salutare le persone che non conosci con un bel sorrisone sperando ti rispondano. Una normalità dove allenarsi a fare i pesi perché il tuo sogno è fare il becchino risulta inutile in quanto da noi schiaffeggiare forte i cadaveri per tenere dentro gli spiriti non è considerato un bonus sul curriculum. Una normalità dove chiedere a una vecchia se vuole sedersi vicino perché il posto è libero può creare sdegno. Una realtà dove qualcuno senza ragione ti chiede se sei un terrorista o un semplice scroccone in dialetto stretto e dove ogni tanto il tuo insegnante si eleva a padreterno decidendo che no, questa volta non te lo spiega cosa ha detto quello.
Che poi, al mercato
“Maestro, voglio quello”
“E’ porchetta, tecnicamente per la tua religione non puoi mangiarla”
“Dio è uno per tutti”
Bastava la porchetta.

BIO
Gli Endrigo sono quattro amici di Brescia che nel 2012 rubano un nome già pronto e iniziano a suonare.
Fanno gli accordi di chiesa ma con il distorsore e cantano in italiano.
Da allora tante date e due EP “Spara” (2013) e “Buona Tempesta” (2015), prima di arrivare, nel Marzo 2017, a un disco, “Ossa rotte, Occhi rossi” (Indiebox Music), prodotto da Jacopo Gigliotti dei Fast Animals and Slow Kids e Andrea Marmorini (Woodworm Label, La quiete). E soprattutto più di un centinaio di live in tutta Italia per presentarlo, su palchi importanti e palchi minuscoli, a volte in compagnia di Fask, Zen Circus, Il teatro degli Orrori, Giorgio Canali, Edda e tanti altri.
Il 6 Aprile 2018 esce per Ammonia Records il secondo disco “GIOVANI LEONI” registrato da Davide Lasala (Giorgieness, Edda, Dell’Era) e Andrea Fognini all’Edac Studio.

Endrigo sono:
Gabriele Tura – Voce, chitarra // Matteo Tura -Voce, basso // Simone Arrighi – chitarra // Ludovico Gandellini – batteria


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