There must be a place where country and town look the same

There must be a place where country and town look the same

Di: Indianizer

Nel delirio post-elettorale che si vive in Italia in questi giorni, dai social all’intramontabile bar, prevale un sentimento di vicendevole accusa e rabbia tra fazioni. Semplificando molto, da una parte le masse accusano i privilegiati intellettuali, rivendicando l’ingiustizia che pone loro stessi in una condizione di sudditanza intellettiva e di inesorabile persistenza nella medesima condizione sociale di sempre; dall’altra chi ha la fortuna di spiccare intellettualmente dal mucchio informe della popolazione accusa la massa per la cecità delle proprie scelte intestinali, dettate da bisogni immediati quanto effimeri. Parlando con i singoli, ovviamente, nessuno fa mai parte di nessuno schieramento.

La suddetta situazione ricorda molto la più classica delle spaccature del mondo della musica, specialmente nel nostro “bel paese”: musica commerciale contro musica intellettuale. Musica impegnata contro musica leggera. Dicotomia caratterizzata ovviamente da violenti scontri verbali fra le parti, con vicendevole affibbiamento della responsabilità di tutte le sciagure che vessano il panorama artistico italiano.

Credo che tutte le opere dell’uomo abbiano dei diversi gradi di profondità che, spesso, vanno di pari passo con le difficoltà interpretative (almeno nell’arte) di chi ne usufruisce. Come dice David Lynch nel suo saggio Acque Profonde, se peschiamo in superficie cattureremo solo pesciolini piccoli, mentre se vogliamo prendere un bel pescione dovremo per forza andare a pescare più a fondo.

Il grande errore sta nel dare alla musica da intrattenimento, da tapis roulant, da spot televisivo, da coda al McDonald, un qualche contenuto che in realtà non esiste; come allo stesso modo è un errore pretendere leggerezza e divulgabilità da qualcosa di greve ed intenso, che ha però un reale potere di cambiare le persone (in bene o in meglio non sappiamo).

Il mondo 2.0 richiede musica che occupi i luoghi di un mondo costruito unicamente per vendere o comprare. L’arte è giusto che si adegui e si occupi anche di questo perché la gente che vive solo questi luoghi la vuole e ne ha bisogno. 

Ok ma se non è colpa né delle masse né di pochi individui illuminati allora di chi è la colpa? La colpa è di noi che stiamo in mezzo, noi addetti ai lavori, accusatori dalla coscienza sporca, che per rendere più tollerabile il compromesso della nostra miserabile vita artistica, tendiamo a rendere più leggero quello che non lo è, e più intenso ciò che non lo è. Abbiamo “medificato” tutto per riuscire a vendere le nostre idee a più gente possibile, senza stare troppo male con noi stessi per l’appiattimento della qualità, necessario per poter comunicare a così tanta gente.  La cultura pop in cui hanno creduto i nostri padri è un gigantesco fallimento che ha appiattito la realtà che viviamo, rendendola un surrogato insapore digeribile da tutti. Noi siamo stati creati con questa pasta e ne saremo sempre coinvolti, quindi per favore smettiamo di accusare, iniziamo a fare, oppure accettiamo di non riuscire a cambiare.

BIO INDIANIZER

Indianizer nasce nel 2013, partorito dalle menti di alcuni psiconauti ispirati dai deliri selvaggi degli Animal Collective e dalle ritmiche tropicali dei Django Django.
Dopo due EP autoprodotti (Pandas del 2013 e Jungle Beatnik del 2014) nel 2015 esce il full-length Neon Hawaii (Edison Box/PBP – 2015), album di esordio che ha portato la band a suonare in Italia e in Europa per 100 concerti in due anni (uno dei 50 migliori dischi del 2015 per Noisey). Il quartetto pubblicherà il nuovo singolo Mazel Tov II a gennaio 2018 via Musica Altra, supportato dai remix di Don’t Dj, Passenger e Las Hermanas. L’uscita del nuovo album Zenit è prevista nella primavera del 2018, sempre via Musica Altra. Il gruppo attualmente è composto da Riccardo Salvini (voce, chitarra), Gabriele Maggiorotto (batteria), Salvatore Marano (bass synth, tastiere), Matteo Givone (chitarra, voce).


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