Che fine hanno fatto i punkabbestia?

Che fine hanno fatto i punkabbestia?

L’altro giorno ero in metro a Milano, e sulla banchina c’era un ragazzo vestito abbastanza bene se non fosse stato per i jeans stracciati e sporchi. Aveva un cappellino, Timberlake, maglietta a maniche corte. La ragazza di fianco a lui aveva le Vans, dei leggings tre quarti, una canottiera e i dread. Stava mangiando una banana con aria afflitta. Erano molto giovani.

Lui si è acceso una sigaretta, io sono salita sul vagone, loro no.

Erano due pseudo punkabbestia, si capiva da qualcosa, anche solo dal fatto che quello si era acceso la sigaretta lì sulla banchina.

E mi sono chiesta una cosa: che fine hanno fatto i veri punkabbestia, quelli con i cani, quelli lerci, quelli che puzzavano davvero e che ti lasciavano il loro odore addosso anche se gli stavi lontano un metro, quelli pieni di piercing, quelli strafatti. Milano negli anni ‘90 ne era piena. Li trovavi al Mercato Comunale in Piazza 24 Maggio a ubriacarsi, in fiera di Sinigaglia a cazzeggiare, in Cairoli davanti alla Standa a chiedere l’elemosina, in Piazza Vetra a spacciare e a dormire sotto i portici. E organizzavano rave, e li incontravi alle manifestazioni, durante gli sgomberi, durante le occupazioni. Va bene che non frequento più certi posti, ma non mi sembra di vederne in giro. Prima non è che si nascondessero, anzi! Li incontravi anche più volte in giro per la città, alla fine alcuni li riconoscevi. Sono morti tutti di overdose? Sono in galera? Sono cresciuti? Sono cambiati? E le nuove generazioni?

Mi hanno sempre affascinato i punkabbestia. Avevo la sensazione che avessero capito tutto, che se ne fregassero davvero di tutto. Mi sembravano superiori, migliori. Poi scoprii che erano anche dei pirla, molti, non proprio tutti.

Ne ho frequentati in passato. Alcuni sono diventati miei cari amici. Poi un paio sono morti, un altro è finito in galera, altri sono scomparsi, alcuni si sono ripresi.

Ne ricordo uno in particolare. Mi disse che non capiva che ci facessi con loro. Io andavo a scuola, ero pure brava a scuola, e loro erano così diversi.

Ero attratta dal loro nulla, forse.

Un buco nero, una volta oltrepassato l’orizzonte degli eventi, ti distrugge, ma magari ti porta anche in un altrove. L’unica cosa certa è che da lì non si torna. E io volevo stare con loro per non tornare da dove venivo, perché non sapevo chi ero e cosa volevo, e con loro non aveva importanza. Potevi essere niente, e nessuno ti giudicava. Potevi voler desiderare di morire e loro capivano.

Hanno lasciato la città? A Rogoredo, forse, qualcuno se ne trova ancora… ma la verità è che i punkabbestia non erano solo eroinomani, spacciatori, impasticcati, pippatori di speed, erano anche appassionati di musica, amavano gli animali, viaggiare; amavano la natura, e soprattutto la musica techno.

Erano dei musicisti, dei ballerini, e anche dei giocolieri. Avevo un amico mangiafuoco. Amiche che mi hanno insegnato a giocare con le bolas. Si andava ai festival, si ballava, si barcollava. Non lavoravano, odiavano il sistema. Era gente che dopo una serata non tornava a casa da papà e mamma come facevo io. Erano soli, pochi per scelta.

La musica era una religione, uno stile di vita. Quella musica che andava a ritmo di un cuore ansioso.

Dovevano fare tutti pace con il cervello.

Si danzava in fabbriche abbandonate, alle quattro del mattino, tra fiaccole infuocate, frastuono e bagliori. Tutti intorno ai falò riuniti come tribù, eppure ognuno così distante dall’altro e da se stesso.

C’erano cani che si sbranavano tra loro, risse, disperazione, gente in trance che ballava contro le casse. Altri, invece, se ne stavano accovacciati negli angoli contro i muri, come in castigo, a parlare da soli. Ogni tanto qualcuno collassava, magari per dosi tagliate male di anestetico per elefanti anziché per cavalli. Altri vomitavano la loro stessa anima; poi si giravano un attimo, vomitavano ancora, e continuavano a parlare tra loro come se nulla fosse. E tutto per non far prendere il sopravvento alla noia.

Fumavano l’eroina con le stagnole. Vedevano koala rosa arrampicarsi sui muri. Iniziavano a vivere davvero solo quando il giorno chiudeva i suoi battenti.

Erano indifferenti.

E io osservavo, e sentivo il presente molto presente ma quella era anche l’adolescenza che faceva sentire così.

Vivevano in baracche in Ripamonti, in giro per Milano, in catapecchie abbandonate. Si lavavano nei canali.

Oggi c’è chi dice che il nuovo punk, il nuovo rock, appartenga a gente come Young Signorino e Sfera Ebbasta, ma non ce li vedo questi pischelli a fare sul serio. Scapperebbero alla vista dei veri punkabbestia, e probabilmente i punkabbestia li picchierebbero.

E magari ce ne sono ancora in giro, chissà, voi ne avete visti? Oppure è una razza estinta, che non rimpiangiamo particolarmente ma che ci ricorda che i tempi cambiano, a volte in meglio, a volte no, e che stiamo invecchiando.

Quei pochi che conoscevo mi piace immaginarli in campagna, in montagna, al mare, ritirati, sereni.

Mi piace immaginare che i sopravvissuti davvero avevano capito tutto.

 

 



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