God’s Own Country – recensione del film

God’s Own Country – recensione del film

Presentato in anteprima al festival queer di Bergamo Orlando, arriva finalmente anche in Italia, grazie a Fil Rouge Media, l’esordio cinematografico di Francis Lee: God’s own country, vincitore del premio World Cinema Directing Award al Sundance Film Festival 2017, nella categoria dramatic.

A causa della sua ambientazione e della sua storia d’amore omosessuale, il film è stato paragonato a Brokeback Mountain e definito la risposta proletaria di Chiamami col tuo nome. In realtà, la storia d’amore di Johnny e Georghe, molto poco ha da spartire con queste pellicole.

Il protagonista della vicenda non ha paura di mostrarsi omosessuale, ma di aprirsi e mostrare agli altri i propri sentimenti. La sua storia d’amore con Georghe non è solo una scappatella estiva, ma qualcosa di reale e durevole. Per questo non è un Brokeback Mountain inglese, ne tanto meno un Chiamami col tuo nome proletario.

Smetteremo mai di paragonare film d’amore omosessuale esclusivamente l’unico con l’altro? Riusciremo mai a categorizzare una storia d’amore profonda, come God’s own country, esclusivamente per ciò che è: una storia d’amore, senza appiccicagli in coda l’aggettivo omosessuale?

God’s own country, in italiano La terra di Dio, è una storia d’amore unica nella sua complessità, eppure di facile immedesimazione per gli ignoranti in sentimenti, come la sottoscritta.

Johnny è, difatti, un vero e proprio ignorante in sentimenti. Bloccato nella fattoria di famiglia a causa di un infortunio del padre, il giovane si abbandona all’alcool e al sesso occasionale per sfuggire alle proprie responsabilità. L’arrivo di un bracciante rumeno, come aiuto per la transumanza delle pecore, sconvolge però il suo mondo riscuotendolo dall’apatia emotiva e facendogli riprendere in mano la propria vita.

Con la sua empatia Georghe fa scoprire la dolcezza a Johnny, sgretolando la sua glaciale incapacità d’amare, in una storia d’amore struggente, complessa, eppure così soddisfacente. Fatta di silenzi e fango, primi baci e formaggio di capra, in una cornice rurale dal fascino grezzo e poetico. Un’opera prima eccellente, sotto ogni punto di vista.

Smetteremo mai di appiccicare l’aggettivo omosessuale a film universali come God’s own country?

Forse. Un giorno. Prima o poi. Magari dopo aver visto questo capolavoro.

 



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