Quincy Jones: lo abbiamo incontrato

Quincy Jones: lo abbiamo incontrato

Di: Cristiana D’Anna 

LA 45esima edizione di Umbria Jazz (Perugia 16-22 luglio), si avvale quest’anno della prestigiosa presenza della leggenda vivente Quincy Jones che festeggerà i suoi 85 anni aprendo la kermesse e presentando egli stesso grandi artisti che in passato hanno lavorato con lui. Tra questi Patti Austin, Dee Dee Bridgewater, Take 6, Erykah Badu, Ivan Lins, Alfred Rodriguez, Pedrito Martinez e il nostro Paolo Fresu, ambasciatore del jazz italiano nel mondo. La Umbria Jazz Orchestra li accompagnerà con gli arrangiamenti originali di Quincy Jones, diretta da John Clayton con Nathan East & Harvey Mason.

Umbria Jazz, ovvero la più importante rassegna musicale jazzistica italiana, nasce nel 1973 in un caffè, oggi chiuso, di Perugia, per volere di Carlo Pagnotta, commerciante perugino appassionato di jazz.

Nel corso degli anni il festival è diventato un vero e proprio polo di attrazione del jazz internazionale ospitando artisti del calibro di Count Basie, George Coleman, Art Blakey, Dizzy Gillespie, Chat Baker, Stan Getz, Sonny Rollins, Randy Crawford, Michel Petrucciani, Al Jarreau, Keith Jarreth, con vari sconfinamenti nel pop-rock, per un pubblico generalista. In questo ambito vanno segnalate le esibizioni di artisti come Elton John, Carlos Santana, James Brown, Donna Summer, Eric Clapton, Earth Wind and Fire, Simply Red, Sting, B.B.King.

Negli anni ’80 nascono l’Associazione Umbria Jazz che gestisce da allora il festival in ogni suo aspetto (formula, scelte artistiche, organizzazione ecc..) e la Fondazione Umbria Jazz che ha il compito di garantirne le risorse finanziarie. L’attuale presidente della Fondazione è Renzo Arbore, mentre il già citato Carlo Pagnotta, ideatore della manifestazione, ne è il direttore artistico.

L’apertura del festival da parte di Quincy Jones, non è un caso, considerando che quest’icona dello spettacolo, che negli ultimi anni viene ricordato ed associato soprattutto alle grandi produzioni discografiche (una su tutte Thriller di Michael Jackson, il disco più venduto di sempre), ha esordito proprio col jazz. Come trombettista, non ancora adolescente, accompagnava il suo amico, appena due anni più di lui, il grande Ray Charles.

Da allora il genio di Chicago non si è più fermato. Polistrumentista, compositore, arrangiatore, produttore, direttore musicale, autore di colonne sonore per cinema, teatro e televisione, titolare o responsabile di case discografiche, attore.

Il suo palmares annovera una miriade di riconoscimenti non solo in America (la Francia lo ha insignito della Legion d’honneur). Tra questi 79 nominations e 28 vittorie ai Grammy, incluso il più prestigioso di tutti, il Grammy Legend Award, senza contare diverse lauree ad honorem e master delle più prestigiose università americane.

Attivista per i diritti civili e cause umanitarie, è stato sostenitore di Martin Luther King e Nelson Mandela fino alla famosa campagna We are the world.

L’11 luglio, ovvero a 2 giorni dall’apertura della kermesse, Mr Jones si è reso disponibile alla nostra stampa presso l’hotel Bernini Bristol di Roma.

La conferenza è stata introdotta dal presidente della Fondazione Umbria Jazz, il già citato Renzo Arbore.

Arbore si è unito a Carlo Pagnotta, ideatore del festival, nel manifestare il suo orgoglio per avere quest’anno ad Umbria Jazz tale personaggio.

“Quincy Jones è uno degli inventori del jazz, diciamo del jazz moderno” dice Arbore e continua: “Nel 1976 in un programma televisivo che si chiamava La Domenica, nella prima puntata di questo programma, io ebbi l’ardire di trasmettere un suo bellissimo concerto che sollevò le perplessità dei dirigenti della televisione di allora che non amavano molto il jazz e adesso invece mi trovo ad annunciare e a dare il benvenuto al grandissimo Quincy Jones, quindi sono contento! Venite a Perugia ad onorarlo perché noi siamo felicissimi grazie a Carlo Pagnotta di ospitare questa leggenda della musica!”

Jones, che partecipa per la prima volta ad Umbria Jazz, alla domanda su cosa sapesse di questa manifestazione e del nostro Paolo Fresu, uno dei jazzisti più famosi al mondo, comincia subito parlando del suo forte legame con la musica italiana: “Che dire, Paolo è semplicemente fantastico, ma devo dire che sono praticamente cresciuto con molti musicisti italiani a partire da Romano Mussolini; facevamo jamesessions molti anni fa, inoltre i miei più cari amici musicisti erano Piero Piccioni, Armando Trovaioli e il grande Ennio Morricone.” A questo proposito racconta: “Quando ero nell’organizzazione dell’Oscar, alla consegna del premio alla carriera, lui si commosse e pianse anche.” Tra le varie esperienze con l’Italia, ci tiene a ricordare la volta in cui si esibì, nel nostro paese, portando qui un importante progetto di charity, We are the future, nel quale coinvolse una serie di artisti stranieri ma anche italiani: “C’erano Zucchero, Carmen Consoli, e riuscimmo a fare una grossa operazione benefica, coinvolgendo anche dei politici che vennero dalla Palestina e da altri paesi. Una gioia immensa!”

A proposito di progetti benefici, quello che rimane forse più impresso nella memoria del grande pubblico è We are the world a 30 anni dalla storica esperienza. Una grandiosa operazione in risposta all’omologa iniziativa inglese promossa da Geldof.

Jones spiega: “Qualcuno venne da me e disse: ma noi qui in America non facciamo nulla? E allora tra le varie proposte Harry Belafonte suggerì di portare una quarantina di artisti in giro per il mondo, impresa a dir poco impossibile…da qui l’idea di registrare un brano in studio raccogliendo le voci americane migliori del momento. Il risultato fu che raccogliemmo ben 63 milioni di dollari che vennero utilizzati in Etiopia in una serie di operazioni benefiche!”.

Ritornando a parlare di jazz, gli viene chiesto: “Che significato ha assunto oggi la parola jazz per Quincy Jones? Si è forse modificato nel tempo?” Interessante e molto indicativa del personaggio che è diventato oggi, la sua risposta: “Assolutamente no, non ha cambiato significato, jazz vuol dire libertà! Libertà di improvvisare, di scegliere dove andare. Ho vissuto tutte le fasi del jazz, dal bebop al pop and so on…” Prosegue: ”In realtà ho frequentato qualsiasi genere di musica. All’età di 14 anni insieme a Ray Charles, andavamo a suonare ovunque, per fare un po’ di soldi; dalla musica classica al rhythm and blues. Questo è anche il concetto di libertà del jazz, il fatto di non avere mai un confine vero e proprio.” E riguardo al grande successo del rap dice: “Non riguarda gli ultimi 30 anni; a Chicago facevano rap da sempre… è un riciclo continuo di cose che esistevano già” e poi si rammarica per il fatto che in USA non c’è un ministro della cultura perché ad esempio continua: “la gente non sa nemmeno che la break dance non viene dal bronx, ma dalle danze degli schiavi e dalla Capoeira.”

Ricorda poi anche i suoi studi in Francia con Boulanger, studi che hanno sicuramente contribuito ad una visione molto estesa della musica e della concezione dell’insieme della musica per lui. Una concezione così aperta che gli permise di credere fin dal primo momento e di produrre Thriller, nonostante tutte le critiche ricevute. “Ho sempre pensato che si potesse fare qualsiasi tipo di musica purchè buona. Non ho mai scelto pensando al successo o ai soldi, ma alle emozioni.”

Traendo quasi un bilancio della sua lunga e magnifica carriera aggiunge: “Mi sento benedetto per aver potuto frequentare tutti i più grandi artisti del mio tempo! Sento di aver avuto un dono divino!” E, in quest’ottica dice di sentirsi addirittura erede di Michelangelo!

Insomma quello che incontriamo oggi è un Quincy Jones davvero in forma che peraltro, non manca di allietarci anche con un aneddoto divertente, quando racconta della figuraccia fatta con Papa Giovanni Paolo II, in occasione della campagna Cancella il debito promossa da Bono Vox. “Il Santo Padre ci ricevette a Castel Gandolfo ed io criticai le sue scarpe rosse parlando con Bob Geldof, ma Giovanni Paolo sentì ed io mi vergognai tantissimo, per fortuna poi ci rise su anche lui…”e conclude: “Fu un incontro importantissimo perché riuscimmo ad ottenere da parte di varie nazioni la cancellazione del debito nei confronti dei paesi poveri e questo permise di mandare a scuola 22 milioni di bambini dandogli un’istruzione che diversamente non avrebbero avuto. E questa- dice– è stata una delle mie più grandi soddisfazioni perché adoro i bambini!”



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