I Giovani Devono Fare Schifo

I Giovani Devono Fare Schifo

Di: Alessandro Spedicati dei S•I•K•I

Compaiono sulle pagine dei nostri social con le loro facce tatuate, il loro look eccentrico e le loro capigliature scomposte. Ostentano l’iperbole della ricchezza materiale, fanno gesti incomprensibili con le mani, parlano in tono esclusivamente autoreferenziale e raccontano di essere venuti fuori dal fango di una sofferenza primordiale, elevandosi a simbolo della lotta per emanciparsi da una condizione di povertà. Sembrano animati da un unico carburante: il senso di rivalsa.
Sono i giovani. Rappano, trappano, ci risultano volgari. Provocando lo sdegno di chi è cresciuto con altri valori musicali, istigano alla condivisione dei loro contenuti, diventando fenomeni virali, emblemi dell’idiosincrasia verso ciò che cambia, che ci destabilizza, che non capiamo. Si fanno odiare.
Invece io li amo. Li amo tutti. Sfera, Signorino, Dark Polo, Quentin40 e compagnia rappante. Io li amo. Li guardo e vedo me stesso, quando da adolescente affrontavo lo sguardo delle generazioni precedenti alla mia, provocando il loro disgusto per via di quei pantaloni troppo larghi, che si consumavano sul tallone, dove strisciavano per terra; per le scarpe da skate consumate e le t-shirt dei Suicidal Tendencies; per la musica che ascoltavo, rumorosa, gutturale, fastidiosa perché suonata da ragazzi infastiditi. Come me. Per questo mi buttai nella musica: per esprimere fastidio.

Ecco cosa hanno in comune i giovani di tutte le generazioni: sono infastiditi.
Infastiditi da ciò che suona vecchio, da ciò che visivamente sembra passato – quindi
noioso.
Nella musica questo vale molto di più che in qualsiasi altro ambito. Ed è dovere dei giovani provocare indignazione, anzi schifo. I giovani devono fare schifo. Altrimenti il loro stesso ruolo sociale finisce per perdere di ogni significato. Un giovane che trasmette serenità alle vecchie generazioni è di gran lunga più preoccupante di un giovane irritante, è un nato vecchio, c’è qualcosa che non torna, che inceppa il meccanismo, è un errore. È un bug sociale.
Non è vero che nei testi non dicono nulla, siamo noi che non siamo in grado di tradurre. Scrivono nella nostra stessa lingua, sì, ma è il linguaggio che è completamente diverso. Non abbiamo i mezzi, il background e l’elasticità mentale, per capire cosa ci stanno dicendo. Ma se riuscissimo a fare un esercizio stile macchina del tempo, e provare a riascoltare quelle che erano le nostre esigenze adolescenziali, capiremmo che noi eravamo uguali a loro e scopriremmo che nei loro testi indecifrabili ci sono le stesse paure, le stesse provocazioni, le stesse taglienti ironie che accomunano tutti i giovani dai poeti maledetti francesi ad oggi – o forse anche da prima.
Il problema è che la povertà da cui vogliono scappare non è in realtà una povertà materiale, perché noi non siamo mai stati più ricchi di così, un ventenne di oggi ha accesso a una quantità di beni materiali vastissima. Quando io ero ragazzino, un videoregistratore costava due milioni di lire. Se lo potevano permettere solo i benestanti. Oggi le cose le fanno in Cina, e chiunque di può permettere un oggetto a un prezzo accettabile. Certo il lusso vero e appannaggio di pochissimi, ma più che una corsa verso il lusso, la loro è una inconsapevole fuga da una povertà intellettuale che non ha precedenti nell’ultimo secolo. I giovani ci stanno mostrando esattamente quello che noi gli abbiamo lasciato in eredità, sono lo specchio di ciò che noi abbiamo costruito, uno specchio su cui noi sputiamo sputando in faccia, di fatto, a noi stessi.
Per questo io li amo: mi fanno capire chi sono e cosa sono stato.
Li guardo con grande tenerezza, un pizzico di invidia (mai sana, ma reale) e tanta gioia nel vedere che la storia si ripete e va avanti nel più sano e naturale cambiamento di muta che l’umanità continua a praticare da che esiste.
Il nuovo non è brutto, è solo diverso dal vecchio. E non c’è un meglio. C’è solo la più severa delle leggi universali da accettare: la natura delle cose.

 

Bio

Dopo 18 anni di vita,
12 anni di attività discografica
con 5 album,
2 colonne sonore,
oltre 500 concerti in tutta Italia,
nel 2018, i Sikitikis
fanno l’upgrade
e diventano S•I•K•I

Un tempo vera e propria band, oggi è più corretto definire i S•I•K•I come un collettivo di
produttori e musicisti al servizio di un progetto fondamentalmente pop, con una particolare inclinazione per tutta la musica di matrice black.
Nati nel 2000, dopo molti anni di lavoro dedicati alla musica da sonorizzazione, la vera e propria attività discografica inizia con l’etichetta Casasonica per la quale nel 2005 esce Fuga dal Deserto Del Tiki prodotto da Ale Bavo e Max Casacci. Il disco proietta la band fra le nuove realtà della scena indipendente italiana. Seguono due anni di tour con oltre 100 concerti, alcuni dei quali in apertura dei Subsonica durante il “Terrestre Tour” nei palazzetti italiani.
Nel 2008 esce il secondo lavoro “B” (sempre per Casasonica) con il quale iniziano a sperimentare anche nuove strade per una diffusione più indipendente del loro prodotto discografico, distribuendo on-line il CD a prezzi bassissimi. L’operazione si rivela un successo.
Nel 2010, dopo l’incontro con Manuele Fusaroli – guru della musica indipendente in quegli anni – esce Dischi Fuori Moda. Il lavoro, uscito per Infecta Suoni & Affini, riscuote un ottimo successo di pubblico e critica. Per diverse testate di settore è uno dei migliori dischi dell’anno. La terza fatica dei Sikitikis suscita inoltre l’interesse della Sugar di Caterina Caselli che includerà Alessandro Spedicati (autore dei brani) fra gli autori del suo roster. Ad oggi si può considerare Dischi Fuori Moda uno dei dischi antesignani dell’attuale indie-pop italiano.
Sulla stessa scia esce nel 2012 Le Belle Cose, album che porta la band negli studi della RAI per presentare il singolo La Mia Piccola Rivoluzione a Quelli che il calcio. Una rarità per un gruppo lontano dalle luci del mainstream. L’album viene distribuito con un download gratuito attraverso il portale Rockit.it, raggiungendo oltre 200mila click.
Successivamente, una serie di vicissitudini personali e professionali, fanno venire meno gli stimoli e il progetto, per qualche anno, dà un brusco rallentamento dell’attività live e creativa.
Tuttavia nel 2015 la band si ritrova in studio per registrare il quinto album che prende il nome di Abbiamo Perso. Registrato da Dario Colombo e mixato da Alex Trecarichi, Abbiamo Perso esce nel 2016 in maniera totalmente indipendente. Se pur non seguito da un vero e proprio lavoro promozionale, il disco ha avuto un’importante funzione terapeutica all’interno del progetto, e ha dato vita ad un nuovo corso musicale e creativo che, con l’ingresso in pianta stabile del chitarrista e produttore Samuele Dessì, trasforma i Sikitikis in S•I•K•I.


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