L’uomo che rubò Banksy, al cinema l’11 e il 12 dicembre: la street art non ha padroni

L’uomo che rubò Banksy, al cinema l’11 e il 12 dicembre: la street art non ha padroni

Di Rossella Romano

Un muro da quattro tonnellate giace nel deposito di una galleria d’arte londinese. Si tratta di un muro speciale: su di esso vi è ritratto un soldato che controlla i documenti ad un asino. Spray su cemento. E’ un Banksy. Come sia finito lì e non si trovi più sul fianco della casa sul quale è stato disegnato è una storia alquanto singolare. Ce la racconta Marco Proserpio, regista di “L’uomo che rubò Banksy”, docu film nei cinema l’11 e il 12 dicembre. Una bella riflessione sulla mercificazione dell’arte e della controcultura, una narrazione vivida e pulsante della nascita e della conseguente crescita di un mercato parallelo, tanto illegale quanto spettacolare, di opere di Street Art prelevate dalla strada senza il consenso degli artisti. A condurci per mano in questo universo fatto di passione da una parte e di arrivismo dall’altra, è Iggy Pop (chi più di lui ha vissuto l’underground sulla propria pelle), con una colonna sonora davvero notevole a cura di Federico Dragogna, Victor Kwality e Matteo Pansana.
Questa favola nera, degna di Dismaland, ha inizio nel 2007. Banksy e la sua squadra si introducono nei territori palestinesi occupati e firmano a modo loro case e muri di cinta. I palestinesi però non gradiscono. Il murale del soldato israeliano che chiede i documenti all’asino li manda su tutte le furie: passi l’essersi introdotto nei territori e l’aver agito senza nemmeno presentarsi alla comunità, ma essere dipinti come asini davanti al resto del mondo è davvero troppo. A vendicare l’affronto con un occhio al bilancio ci pensano un imprenditore locale, Maikel Canawati, e soprattutto Walid, palestrato taxista del posto. Con un flessibile ad acqua e l’aiuto della comunità, Walid decide di tagliare il muro della discordia. Obiettivo dichiarato: rivenderlo al maggior offerente.

Sono passati sette anni da allora e l’asta per quel pezzo di muro non si è ancora conclusa: per oltre centomila dollari una tonnellata di muro di uno degli artisti più celebri è stata trasferita in Scandinavia e ora pensa a volare oltreoceano. Partendo da alcuni casi concreti di opere finite sul mercato all’insaputa dei loro autori, “L’uomo che rubò Bansy” affronta tematiche di attualità legate alla comparsa della speculazione nel mercato della Street Art, al diritto d’autore, al confronto tra culture diverse in un’ottica post-coloniale e al recupero di opere percepite come delle vere e proprie sfide tecnologiche anche da restauratori specializzati nello stacco di affreschi rinascimentali.

Il film evento alterna riprese fatte in strada in diversi paesi e interviste ad esperti –giornalisti, professori universitari, galleristi, avvocati– e a personaggi chiave del mercato parallelo della Street Art. Una testimonianza straordinaria che dà voce, per la prima volta, a Walid, lasciandogli la possibilità di spiegare la sua scelta di segare, per venderli, i muri offerti da Banksy al popolo palestinese, lasciando decidere al pubblico chi sono i buoni e i cattivi in questa storia, perché, come spesso accade, anche qui è solo una questione di punti di vista.

Caldamente consigliato.


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