Sunanda, Alberto e un sogno nella giungla che non ho voglia di raccontarvi

Sunanda, Alberto e un sogno nella giungla che non ho voglia di raccontarvi

Di TUM

Sunanda, ha 55 anni, disegna abiti, quindici anni fa aveva una boutique di moda nel sud di Mumbai. Ha lasciato la città e si è trasferita ad Alibaug, ad un’ora di traghetto dal porto di Colaba. Il suo sogno è sempre stato quello di vivere nella natura. E così ha chiesto un mutuo e ha inziato a costruirselo quel sogno e adesso si chiama Bohemyan Blue. All’inizio era la sua casa con il suo laboratorio sartoriale, negli anni è diventato tantissime cose, adesso è Cafè, ristorante e una hospitality che lei stessa definisce “bohemyan camping”. Ci sono 10 tende arredate con materiale di recupero e con un gusto sublime che ti incanta. Sembra di stare su un set di Kusturica, è tutto assurdo e curato nei minimi dettagli. Conosco Sunanda da 26 ore e mi sembra di conoscerla da sempre, ci guardiamo e i nostri occhi ci sorridono da soli. Il primo gennaio del 2006 Sunanda ha sposato Alberto, quarantenne originario del Suriname, all’epoca appena divorziato e allora residente in Olanda. In un viaggio si innamorano e svoltano la loro vita. “Alberto? Ma il tuo nome è italiano?” gli chiedo appena dopo avergli stretto timidamente la mano “No, no mi chiamavo Albert ma non mi piaceva tanto e gli ho aggiunto una o”. Ha una risatina sottile, Alberto, tutta sua, quando ti punta addosso i suoi occhietti non riesci a guardare da nessun’altra parte, tipo il serpentino di Robin Hood.

Facciamo un passo indietro. Siamo a ottobre dello scorso anno e mi trovo a Mumbai per lavoro, questo weekend ho preso il traghetto e sono venuto qui a casa di Sunanda e Alberto. Ma chi sono questi due? Bhè, fino a ieri due perfetti sconosciuti.
Venerdì sera mi trovavo con il mio amico Dan al Bonobo, un bar di Bandra, di quelli con la musica a cannone e l’aria condizionata che ti ghiaccia le ossa. Verso le due inizio per caso una strana conversazione con un tizio di cui non ricordo nemmeno bene il volto… pare interessato alla mia musica, mi fa mille domande. Mi tira una pezza di quasi un’ora, estenuato gli chiedo io una cosa: “Ascoltami sono qui da due settimane, Mumbai mi sta stressando, sai? Questi clacson infernali non mi danno pace. Adesso ho passato un’ora a raccontarti tutta la mia vita e non so neanche perchè, io me ne vado a dormire ma prima mi devi fare un favore ok?” Prendo un bigliettino e gli infilo nel taschino il mio numero di telefono, prima di sgattaiolare via bofonchio “Domattina mi scrivi un posto che devo visitare assolutamente che sia a massimo un ora da qui. Deve essere un posto tranquillo dove posso suonare l’ukulele e sentire i rumori della giungla…sarebbe un sogno per me”. E così l’indomani mi sveglio alle 8, apro il telefono e trovo su Whatsapp questo indirizzo Alibag-Revas road between Chondhi and Zirad,, Alibag, Maharashtra 402208, India. Apro le mappe e ci vado subito.

Ecco come sono finito qui, dove i tavoli sono vecchie macchine da cucire e le farfalle sono così grandi che se sei sovrappensiero, ti spaventano manco fossero uscite da un Jurassic Park.
Oltre a Suananda e Alberto, qui ci sono due autisti, cinque cani, quattro donne delle pulizie e tre cuoche. Io sono in fissa per la cucina, ho socializzato con le cuoche e ho proposto subito di insegnarmi a fare il Babaganosh in cambio di una pasta con capperi e olive. Hanno accettato. Sunanda ha imparato la ricetta in Turchia nel suo viaggio di nozze, negli anni ha aggiunto delle varianti indiane sostanziali, kilogrammi di aglio bruciato e cumino non mancano all’appello.
Ho cenato con Alberto e Sunanda e dalle 7 a mezzanotte abbiamo parlato senza sosta, il tempo mi è volato via…è sempre bellissimo quando succede di incontare persone così. Mi sono aperto e gli ho raccontato tantissime cose che forse non mi avevo detto nemmeno a me. E così tra una manciata di sogni e paure la bottiglia di rosso che avevamo sul tavolo è evaporata. Sunanda mi ha invitato nel suo laboratorio e dopo avermi spiegato i suoi lavori mi ha regalato una camicia gialla. Le prometto che la metterò al mio primo concerto e così ho farò per davvero. Alle due è arrivato il momento di congedarci. Nel cuore della notte Alberto mi ha riaccompagnato alla mia tenda illuminando i nostri passi con una torcia fioca e tremolante. Sentivo il suo respiro. Dai cespugli sibilavano rumori che non avevo mai sentito prima d’ora, abbiamo camminato dieci minuti ma sono durati parecchio, un vero thriller. Io sono un fifone quindi non ho resistito a chiedergli “Alberto, Alberto ma ci sono i serpenti qui? Io non ci riesco a dormire in tenda con i serpenti intorno…impazzisco…”
Alberto si è fermato di scatto e puntandosi la torcia sotto la gola mi ha sparato così “Tomasso, maybe there are snakes…but they are just as scared as you are and I know you can’t belive it but…you will…you will”. Ho bevuto un chai nella veranda e poi mi sono addormentato, quasi subito. Ho fatto un sogno bellissimo che però non ho voglia di raccontarvi… non adesso.
Tum

Nel video la ricetta del Babaganoush

Il video di Darker che contiene frammenti della mia permanenza al Bohemian Blue

 

TUM, non è il rumore di un libro che cade. TUM è la vita musicale solista del cantante dei Pocket Chestnut, indie band che per 8 anni ha condiviso tantissimi palchi con artisti come Adam Green, Gang of Four, Chadwick Stokes, Poliça, The Veils e molti altri. Tum ha imparato a suonare l’ukulele a Mumbai, l’unico strumento che riusciva a far entrare nello zaino nel suo viaggio. Molte delle canzoni sono state scritte tra ottobre e dicembre dello scorso anno con Vernon Noronha, cantautore indie-folk indiano conosciuto in viaggio. Al ritorno in italia i brani sono stati ri-arrangiati con l’aiuto di Gabriele Galbusera (Doc Brown), Stefano Elli (Impression Material), Lorenzo Fornabaio (The Remington), Raffaele Bellan (Canada) e il giovanissimo batterista jazz Pietro Gregori. Il primo singolo si chiama DarKer, registrato al Sabbionette Studio di Verano Brianza da Stefano Elli. Il videoclip racconta la vita quotidiana indiana. Tutto è stato filmato da Tum con un telefonino a Mumbai, Agra, Matheran e Nuova Delhi e montato dal regista Alessandro Valbonesi.
“DarKer” è uscito il 9/11 per l’etichetta Stereo Beach Party, distribuito da Ghost Records (Barzin, Belize, Black Eyed Dog).


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