La mia gita fuori rotta (il senso del non senso)

La mia gita fuori rotta (il senso del non senso)

di IL TIPO DI JESI

Oggi sono partito per un viaggio che non ho mai fatto. Non ne sono perfettamente sicuro ma nonostante questo mi sono divertito un sacco. Non ero da solo, ma forse si, e mi sono spinto fino alla più profonda intercapedine dell’essenza dell’animo umano.
La strada è stata impervia e roboante, siamo partiti alle 6 di mattina perché a quell’ora non ci sono persone che dormono e se non erro è anche l’ora in cui la terra è più vicina allo spazio. Il cosmo. La luna. Il sole. Gli uccelli. L’autunno. La vita. Sento dire qualunque cosa ed oltre a proposito della gente, ma le osservazioni che vengono fatte sono semplicemente il punto di vista di chi vede. Non dagli occhi, questo viaggio parte dallo stomaco che con sintomi differenti ci mette in guardia sulle nostre azioni e sulle nostre scelte. Ben prima del cervello ci indica la strada da seguire e se stiamo sbagliando qualcosa.
Siamo partiti dallo stomaco quindi, di mattina presto come detto, siamo saliti, siamo scesi, abbiamo percorso vene irrorate di vita e tutto il resto e abbiamo anche circumnavigato organi più o meno vitali.
Sono quasi sicuro che ci è voluto meno di quanto ci è voluto ma alla fine ce l’abbiamo fatta e siamo arrivati al cervello.
Qui ci ha accolto la ragione che, con fare da padrona, ci ha elegantemente elencato quattro semplici regole da seguire durante la nostra permanenza: non pensare, non urlare, chiudere gli occhi e spegnere i cellulari.
Fino a quando è stata notte ci siamo sentiti a nostro agio, siamo stati bene: ci siamo nutriti delle nostre idee, abbiamo riso e scherzato, abbiamo raccontato di noi stessi ma questa volta veramente, senza omissioni, senza indugi, senza fraintendimenti e senza pudori. Ci siamo mostrati nudi, senza maschera, fuori di sé come dentro di sé, abbiamo fatto l’amore col mondo e ci siamo messi una mano sul cervello per sentire che rumore fa.
Tutto questo ci ha portato alla comprensione di un fatto non da poco, che seppur semplice è in fondo il senso di tutto. L’importante è accettare. Accettare sempre, ma non nel senso delle ingiustizie, piuttosto nel senso degli inevitabili accadimenti che nella vita, per forza di cose, ci troviamo costretti ad affrontare.
Prenderla per quello che è, cercare di ricordarsi solo delle cose belle, guardarsi un film o ascoltare una bella canzone.
In fondo non ci vuole tanto, ma poi è tornato il giorno. Con il giorno le luci illuminano le imperfezioni dell’animo, le oscurità interiori, i vuoti si lamentano e chiedono vendetta e la mente riversa angosciosa ciò che lo stomaco mal digerisce.
Non ci sono vincitori né vinti, soltanto noi (stessi).
Voglio vedere oltre l’ovvio per dipingermi ancora nel tutto.

Il Tipo di Jesi è il nome d’arte di Tommaso Sampaolesi, classe 1986, nato e cresciuto a Jesi, Provincia di Ancona.
Già cantante, chitarrista e compositore dei .cora – che nel 2009 hanno pubblicato per Jestrai “L’aria che respiro soffoca”, album registrato e prodotto da David Lenci al prestigioso Red House Recordings di Senigallia – dopo anni di concerti in tutta Italia, nel 2016 decide di mettersi in proprio e di raccogliere il materiale scritto negli anni per farne un disco da solista. Decide così di contattare Davide Lasala dell’EDAC Studio di Fino Mornasco (CO) – all’attivo produzioni di artisti del calibro di Edda, Dellera, Paletti, His Electro Blue Voice – suscitando subito il suo interesse. I due decidono di collaborare per trasformare le bozze ideate da Sampaolesi in un disco vero e si chiudono in studio a scrivere e registrare nel gennaio 2017.
Il risultato è “PRANZO ROCK IN VIA TRIESTE”, un album ricco di richiami differenti. Nella voce di Tommaso è senz’altro distinguibile una vena grunge, ma nella musica si possono riconoscere influenze variegate che partono dai Beatles, passano per Neil Young per arrivare fino ad Elliott Smith e Flaming Lips, senza escludere i nostri Rino Gaetano e Lucio Dalla e un certo cantautorato italiano contemporaneo. Il Tipo di Jesi soffre e allo stesso tempo si compiace del calore e dello squallore della provincia della provincia. Guarda al pop e non viene ricambiato del tutto, quindi si arrende di fatto all’abbraccio freddo e rassicurante di un indie a tratti rumoroso quando non scanzonato. Vorrebbe sussurrare ma la voce gli esce acuta e graffiante, vorrebbe roccheggiare ma si siede spesso su blues minori e basi elettroniche. Il fiume che gli scorre dentro vorrebbe ricongiungersi con quello più naturale, un Esino sporco, asciutto e splendido. La musica è l’unico potenziale affluente in grado di connettere i due fiumi, le parole non hanno più del senso che meritano.
Nelle esibizioni dal vivo Il Tipo di Jesi alterna concerti da solista con soli chitarra acustica e mellotron a veri e propri live rock, accompagnato da Francesco Coltorti (chitarra acustica e voce), Federico Giansanti (tastiere e synth), Giuseppe De Vivo (basso) e Marco Bucciarelli (batteria, samplepad).


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